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LA CULTURA
LA CULTURA
MOTORE DI CAMBIAMENTO E CRESCITA PER LE DONNE E PER LE LORO COMUNITÀ
C’è una connessione diretta e misurabile tra la crescita di un Paese, in termini economici e di competitività, e le opportunità di formazione culturale che vengono assicurate alla parte femminile della cittadinanza, per il pieno sviluppo della personalità e della proprie competenze e abilità.
Lo riconosce il Global Gender Gap Report, stilato dal World Economic Forum per il 2017, che avverte “per costruire le economie del futuro, che siano al tempo stesso dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare a ciascuno uguali opportunità. Quando le donne e le bambine non godono dello stesso accesso all’offerta formativa e culturale l’intera comunità perde competenze, idee e prospettive”.

Alla donna è stato tradizionalmente assegnato il ruolo di maestra (nella casa o nella scuola), e quindi di trasmettitrice di cultura, non di creatrice di cultura, di oggetto e non di soggetto della storia letteraria e culturale. Oggi, nell’era dell’accelerazione e dell’accumulazione della conoscenza le donne sono impegnate nella ricerca, nella letteratura, nell’editoria, nell’organizzazione di eventi. Da anni ormai hanno preso in mano le redini del mondo culturale in Italia, anche se resta sempre la difficoltà di superare il tetto di cristallo delle posizioni apicali e decisionali.
Tutti gli indicatori confermano che la cultura, la sapienza, l’esperienza delle donne siano agenti di grande cambiamento per tutte/i, o per lo meno per indirizzare la società in una direzione diversa rispetto a quella di un mondo retto solo sulle relazioni di potere, ricchezza, sfruttamento.
Non a caso le regioni del pianeta in cui si concentra l’assoluta maggioranza (83%) di bambine private dell’istruzione sono quelle che faticano maggiormente a uscire dalla povertà estrema: l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e alcune aree dell’Estremo Oriente.

La cultura delle donne è motore di sviluppo per tuta la loro comunità, e, naturalmente, “fa bene” in primo luogo alle donne stesse. Nonostante le azioni messe in campo dal comunità internazionale due terzi dei 774 milioni di adulti analfabeti nel mondo sono donne. Dei 121 milioni di bambini attualmente in età scolare che però non hanno la possibilità di studiare, 65 milioni (circa il 54%) sono femmine. E solo il 30% delle ragazze, a livello globale, arriva a frequentare anche la scuola secondaria.
Le donne che possono studiare, però, vivono più a lungo e meglio: tendono a evitare gravidanze precoci e comportamenti a rischio di contagio da HIV, hanno una maggiore consapevolezza rispetto alla contraccezione e alle malattie sessualmente trasmissibili L’istruzione ha una ricaduta certamente positiva sulla salute della donna e sulla salute e la cura dei propri figli, quindi in definitiva ancora sulla comunità. Il tasso di mortalità infantile dei neonati le cui madri hanno frequentato almeno l’istruzione primaria è la metà di quello dei bambini le cui madri sono rimaste analfabete. Migliorare le condizioni che favoriscono l’istruzione femminile - e quindi la possibilità di guadagno delle donne - ricade direttamente anche la qualità di vita dei loro figli, perché le donne investono una parte maggiore del proprio reddito nelle famiglie rispetto agli uomini. Si può dire che ogni anno in più di scuola per le ragazze incide su un potenziale aumento del loro reddito di vita almeno del 15%.
Dunque l’esclusione delle bambine e delle ragazze dalla scuola e dalle opportunità di formazione culturale non è soltanto la negazione di un diritto umano, ma rappresenta una grave ipoteca sul futuro dello Stato e di quella comunità.

Nei contesti in cui le opportunità economiche e culturali sono più sviluppate e diffuse le donne sono spesso “più affamate” di sapere e di innovazione. Va da sé che il sapere e la cultura non sono di per sé biologicamente appannaggio di un “genere” piuttosto che dell’altro. Ma le differenze scaturiscono da secoli di sedimentazioni culturali. Lo sottolinea il Premio Nobel Rita Levi Montalcini, ”La donna è stata bloccata per secoli, e quando ha accesso alla cultura è come un’affamata e il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già sazio”.
In Italia dal rapporto Istat 2017 le donne laureate sono il 15,4% del totale contro il 12,8 degli uomini, il 52,2 dei dottorati di ricerca sono ricoperti dalle donne. Sul fronte opposto solo 12% delle ragazze abbandonato gli studi prematuramente, mentre tra i maschi il tasso di dispersione scolastica sale di quasi sei punti percentuali. Le donne sono avanti rispetto agli uomini nell’approccio alla lettura, ai musei, alle mostre, persino nell’uso dei social. Ma poi cadono nella trappola del gender gap e gli indicatori scendono vertiginosamente: solo il 16,4 di donne siede in organi decisionali e il 33,6 in consigli di amministrazione di società quotate in borsa.
Il nostro Paese in tema di pari opportunità nell’accesso alla formazione culturale pubblica ha una tradizione importante. Nel 2011 Giusi Spagnolo è diventata la prima donna con la sindrome di Down a laurearsi in Europa, all’Università degli Studi di Palermo. Il nostro sistema educativo possiede potenzialmente un bagaglio di buone pratiche relativamente all’inserimento e al successo formativo, ma ancora troppo spesso purtroppo vanificato dalla carenza di investimenti e risorse, e da un pesante apparato burocratico. Il punto di vista femminile è portato a valutare naturalmente la complessità delle cose, a metterle in relazione. E la cultura in fondo fa proprio questo, costruisce relazioni, costruisce la coscienza critica da cui nascono le idee e i comportamenti dominanti, singoli e collettivi. Nasce da una rielaborazione dell’esperienza, dalla memoria del passato, ma costruisce ponti verso il futuro. La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri. E le donne lo sanno bene.
Tra le tante ascoltiamo due voci, che ci giungono da lontano, nel tempo o nella distanza geografica. Nel 1864 Anna Maria Mozzoni, fondatrice della “Lega per gli interessi femminili”, scrive “L’istruzione ed il lavoro ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla: finché la società non l’avrà fatto nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie”.
Nel luglio 2013 la giovanissima Malala Yousafzai, ferita quasi mortalmente dai talebani nel suo Paese per aver difeso il proprio diritto all’istruzione e quello delle altre bambine, scuote l’assemblea dell’ONU, ricordando che per condurre una “gloriosa lotta contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo, dobbiamo imbracciare i libri e le penne, sono le armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”.
a cura di Nadia Conticelli Presidente II Commissione- Pianificazione territoriale Consigliera PD Regione Piemonte Giornalista e Mamma
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